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La pet therapy non è quello che pensi! Gioco e terapia con gli animali.

La pet therapy non è quello che pensi! Gioco e terapia con gli animali.

Partiamo dal tuo mondo: la pet therapy ovvero gli interventi assistiti con gli animali. Quando parliamo di “interventi assistiti con gli animali”, di cosa parliamo esattamente? Ce lo puoi spiegare in parole semplici?

L’espressione “pet therapy” ha origini curiose: pare che Freud accompagnasse le sue sedute con la sua cagnolina Jofi  che non solo scandiva il tempo ma aveva  un effetto calmante sui pazienti con disturbi della personalità. Dopo simili osservazioni, Boris M. Levinson nel 1961 porta l’attenzione sul tema con il suo emblematico articolo The dog as co-therapist presentato all’American Psychological Association. Ma il potenziale della “pet therapy” ha faticato ad essere riconosciuto. Infatti, per quanto riguarda l’Italia, dobbiamo aspettare fino al 2015 perché il Ministero della Salute ratifichi le Linee Guida Nazionali per la pet therapy. Queste linee rappresentano la legittimazione di una disciplina fondata sul valore della relazione umano-animale. Per gli operatori sono un riferimento con protocolli precisi che definiscono standard metodologici rigorosi.

Attenzione, però: “pet therapy” è un termine fuorviante – la traduzione letterale significa “terapia sull’animale”. Quello di cui parliamo davvero oggi sono gli IAA, gli Interventi Assistiti con gli Animali, in cui l’animale è un co-terapeuta, non un paziente.

Come sei arrivata a occuparti di pet therapy/interventi assistiti con gli animali? È stato un incontro, una passione, una scelta?

È stata la passione per i cani e i cavalli a trascinarmi dentro questo mondo. Prima di tutto, il mio Golden Retriever che, in un momento difficile, mi ha facilitato l’incontro con un gruppo che si occupa di salvataggio in acqua e di approccio al cane negli ospedali. Ho cominciato come volontaria, poi ho deciso di formarmi in modo più professionale. Ecco qui dunque la scelta.

Esiste una differenza tra i diversi Interventi Assistiti con gli Animali?

Sì, e importante! Gli Interventi Assistiti con Animali sono un contenitore che comprende tre tipologie di attività:

  • Attività Assistite con gli Animali (AAA): attività di relazione con obiettivi ludico-ricreativi, utili per approcciare l’animale in modo corretto.
  • Educazione Assistita con gli Animiali (EAA): percorsi di tipo educativo pedagogica o rieducativo comportamentale, con l’obiettivo di migliorare il benessere della persona nel suo ambiente.
  • Terapie Assistite con gli Animiali (TAA): interventi con valenza terapeutica  prescritti dal medico, in caso di disturbi emotivi relazionali, cognitivi o motori.

Nell’ambito della disabilità vale la pena spendere due parole anche per i cani d’assistenza: vivono con la persona che ne ha bisogno, non con l’operatore. Vengono educati sin da piccoli dai puppy trainers (altro percorso a cui mi sono avvicinata) e poi formati sulle esigenze specifiche dell’utente insegnando loro dei compiti specifici.

Con quali animali lavori? E come li scegli?

Lavoro con cani e cavalli (ma le Linee Guida Nazionali prevedono anche gatto, coniglio, e asino) e sempre in un’equipe multidisciplinare costituita dall’animale,dal veterinario (che certifica l’idoneità dell’animale e monitora il suo benessere prima, durante e dopo le sedute attraverso video e schede di valutazione inviate dal coadiutore),dal cosdiutore appunto, dal referente di intervento e dal responsabile di progetto.

Le sedute durano circa 60 minuti con cadenza settimanale ma dipende dal progetto specifico stilato in base alle esigenze del fruitore. Sia con i cani che con i cavalli affrontiamo disabilità di vario genere cognitive, motorie, psichiche. 


La scelta dell’animale si basa su alcune caratteristiche dello stesso: predisposizione a interagire, socievolezza e tranquillità, tolleranza al contatto e ai rumori, curiosità.

Come si formano gli animali?

L’addestramento  inizia presto: dai tre mesi per i cani, dai sei-otto mesi per i cavalli. Il percorso comprende oltre all’educazione di base (apprendimento di segnali vocali e gestuali), la desensibilizzazione a stimoli visivi, uditivi, olfattivi e tattili (sedie a rotelle, ombrelli, bastoni, stampelle, rumori forti, odori ospedalieri…) oltre che esperienze in ambienti diversi.

Tutti gli animali che collaborano negli IAA devono avere una predisposizione naturale alla socializzazione e al contatto con l’uomo e vengono educati a rispondere in modo appropriato a  situazioni inusuali e stressanti (rumori improvvisi, oggetti strani, movimenti convulsi).  

Il cavallo è un animale da branco, docile e tollerante, socievole e curioso, facile da addestrare. In natura è una preda, per questo è molto sensibile agli stimoli. Per addestrarlo si fa uso di tecniche comportamentiste basate sulla successione di stimoli e risposte con ampio uso del rinforzo positivo. La sua sensibilità gli permette di comprendere il nostro linguaggio corporeo e di connettersi alle nostre emozioni e al nostro respiro. Si crea una relazione basata sulla fiducia, una relazione empatica. Fondamentale perché l’intervento con l’animale sia efficace per l’utente.

Quali sono i benefici più evidenti che hai osservato nelle persone coinvolte in questi percorsi?

I benefici sono tanti, ma il più potente è il decentramento del sé. Nel progettare ogni intervento si progredisce da attività di tipo referenziale, osservativo ad altre invece gestionali, prima guidate e poi in autonomia. Chi partecipa dunque inizia per esempio a prendersi cura dell’animale e, facendo questo, si prende cura di sé. Nasce un’affinata empatia, ci si apre a momenti di socializzazione, di svago e di divertimento.

Qual è secondo te l’aspetto più sorprendente o meno conosciuto del mondo degli IAA?

La bidirezionalità emotiva: l’animale sente e restituisce. È davvero un co-terapeuta. Cani e cavalli hanno capacità sensoriali straordinarie con cui afferrano le nostre emozioni, rendendo così possibile una profonda comunicazione tra noi e loro.  Il successo dell’intervento dipende in gran parte dal legame emotivo che si crea nella diade uomo-animale e dalla reciproca influenza.

Ci racconti un momento che ti ha particolarmente colpita nel tuo lavoro?

Un momento che non dimenticherò mai: un anziano in una RSA, con mobilità e lucidità compromesse. Quando è arrivata Mulan, il mio cane, ha mosso le mani per accarezzarla. Sua figlia è scoppiata a piangere. E ogni volta che lui toccava il cane, si calmava e abbandonava i comportamenti stereotipati e le ripetizioni di frasi poco chiare. I due stavano nella relazione ricevendo beneficio reciproco. In silenzio.

E se parlassimo di gioco? Lo usi nei tuoi interventi? 

Certo! Il gioco è leggerezza di cuore, è centrale, non solo per il benessere del cane, ma per costruire la relazione. Durante l’intervento, il gioco facilita la comunicazione, ma è anche un modo per fissare delle regole, per esplorare. In generale, i giochi su cui ci focalizziamo creano connessione, senza troppa competizione. Non cerchiamo l’agonismo, ma lo spirito di squadra, la comunicazione, il movimento.

Facciamo classici giochi come il lancio e riporto, e la mobility dog con slalom tra coni, ma anche la ricerca olfattiva, e giochiamo perfino a nascondino. Con gli anziani usiamo giochi semplici: loro nascondono un oggetto nella mano, il cane lo cerca. Poi ci sono i giochi di ruolo: i bambini o gli anziani imitano il cane per capire meglio come relazionarsi con lui. E con Mulan… giochiamo a pallavolo coi palloncini! È la sua passione. 

Secondo te, cosa succede di speciale quando una persona gioca (o più in generale) si relaziona con un animale?

Attraverso il gioco con l’animale i bambini superano la paura, si immedesimano, imparano l’empatia. A livello psicologico aumenta l’autostima, si riducono ansia e depressione e vengono potenziate le abilità sociali. L’animale è un “facilitatore sociale”. Ci sono inoltre, diversi benefici biologico-fisiologici come la riduzione dello stress, il rilascio dell’ossitocina, l’abbassamento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, oltreché benefici complessivi al sistema immunitario.

Un altro aspetto interessante è il comportamento dell’animale (specialmente il cane): anche se gioca, capisce che sta lavorando – grazie alla vestizione della  pettorina, ad esempio – ma si diverte, e regola il suo comportamento a seconda del fruitore che ha davanti. Diventa per esempio, più paziente, più attento, più delicato.

Uno sguardo in avanti! Secondo te, in che modo il mondo educativo – scuole, laboratori, famiglie – potrebbe ispirarsi a quello che vivi tu nella pet therapy?

Gli animali sono mediatori relazionali straordinari. Portarli in classe – o a scuola – aiuterebbe tantissimo l’inclusione. Perché gli animali non giudicano. Creano ponti, smussano conflitti. Si potrebbero creare attività esperienziali – come la lettura assistita, dove bambini con difficoltà leggono accanto a un cane. Il cane non corregge, non si spazientisce: ascolta.
Un sogno? Avere un cane in ogni classe. 

Cosa ti piacerebbe vedere accadere in futuro nel tuo campo? Più spazio per cosa? Più attenzione a cosa?

Vorrei che gli IAA venissero usati anche nella prevenzione. Non solo per curare, ma per insegnare – per esempio, educare al cibo sano attraverso la preparazione del pasto per il cane.
Mi piacerebbe che tutti gli IAA (non solo le terapie) fossero prescrivibili e rimborsabili, così da renderli più accessibili. E poi… sarebbe bello poter lavorare anche con altre specie oltre alle 5 attuali (cane, gatto, coniglio, asino, cavallo).

Stai scrivendo un libro su tutti questi argomenti, giusto? Ce ne vuoi parlare?

Sì, giusto! Si intitola Uscire dalla bolla dell’isolamento con l’aiuto degli animali. La pubblicazione è attualmente programmata per il 2026. Non posso dire ancora il mese! Attraverso la mia storia e le mie esperienze negli IAA approfondisco il famoso detto “nessuno si salva da solo”. Le relazioni rendono la vita migliore. Soprattutto in tempi come questi, dove si alzano muri, non si ascolta, non c’è spazio per l’altro… La relazione con gli animali è un dono potente che dovremmo imparare a riconoscere.

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