La giraffa ha il medesimo numero di vertebre cervicali che abbiamo noi umani: 7. Ma perchè ha il collo così lungo? La strategia evolutiva che ha messo in atto non è stata aumentare le vertebre come ha fatto il millepiedi aumentando il numero di zampe. Le ha allungate per vedere oltre l’erba alta della savana. Lo stesso motivo o uno dei motivi per i quali anche gli umani si sono alzati in piedi su due “zampe”,. La Giraffa lo ha fatto, anche, per “sgranocchiare” le foglie alte degli alberi africani. La giraffa ha allungato il collo così come chi si occupa di educazione è costretto a fare: allungarsi, vedere oltre, agire nel presente con chi agirà autonomamente nel domani.
Ma che cosa, concretamente, la Giraffa cerca di vedere dalle sue altezze? Se il “sistema” spinge costantemente verso il consumo di tecnologia, la Giraffa si chiede se questa tecnologia sia utile, ovvero se aiuti il percorso di apprendimento oppure se semplicemente si tratti di operazioni commerciali che hanno scoperto nella scuola una succosa clientela cui vendere vacui strumenti. Ma poi la Giraffa aguzza ancora di più lo sguardo e si domanda quali meccanismi cognitivi traggano vantaggio evolutivo dall’uso di quegli strumenti. Se muoiono lentamente le capacità grafiche e la calligrafia, la Giraffa vede oltre e immagina mani future che non sapranno impugnare un lapis, che perderanno una delle competenze che hanno fatto dell’uomo ciò che è: la manualità e la motricità fine.
Se le diagnosi di disturbi di apprendimento lievitano in modo esponenziale, la Giraffa prova a cogliere in quale contesto saremo trascinati quando ciascuno di noi, avendo un cervello unico, avrà una sua diagnosi, un suo disturbino e i suoi strumentini dispensativini e compensativini. Ci riferiamo qui a titolo di esempio al tema che Alessandra Condito ha sollevato nel suo libro che, recentemente presentato, ha riscosso grande interesse tra chi si occupa di scuola.
Se l’enfasi dei sedicenti didatti si focalizza sull’AI come orrore o come panacea, la Giraffa mastica tranquilla, non ruggisce, non abbaia, non parla, anzi sapete quale è il verso della giraffa landisce. Landire è un termine che fino al 2008 non esisteva perché la giraffa landisce poco, non ha molti nemici se non qualche branco di leoni disperati per carenza di gazzelle. Non ha neanche bisogno di ruggire il suo potere. In swahili la chiamano twiga, parola onomatopeica in cui risuona quel borborigmo a metà tra un miagolio incazzato e un ruminio sommesso.
Anche la nostra Giraffa non vuole urlare aggressiva, spaccante, rivoluzionaria. No, non servono urlatori. Ne abbiamo già a sufficienza. Dobbiamo iniziare ad agire come quando, per avere l’attenzione degli alunni, abbassiamo il volume della voce invece di alzarlo, avendo colto che l’alzarlo diventa, per loro, abitudine senza effetti. La Giraffa pensa che occorra dignità di parola, occhio acuto capace di cogliere le disfunzioni del mondo dell’educazione e fermezza nello smascherarle. La Giraffa vuole impavidità, cultura e sentimento d’amore per chi vivrà il mondo di domani evitando quanto più possibile che beli nell’ovile planetario. Vuole che i giovani mantengano ciò che hanno di più prezioso: la creatività, il pensiero critico, l’intelligenza naturale, l’espressione autentica del corpo.
Quando landiamo nei corridoi, fra le aule, alla macchinetta del caffè, ai giardinetti o in qualunque posto, in genere sul registro della lamentela, a volte invece esaltando pagine o paginette di scuola educativa, lasciamo scie inconsistenti, segnali di fumo che, dissolti, disvelano la situazione precedente inalterata, immobile. Quanta responsabilità ha ciascuno di noi sull’immobilismo dell’organizzazione scolastica che, come spesso si dice cambia per non cambiare?
Forse un coagulo di questi landiti avrebbe o avrà una forza maggiore, se parte dalla savana della scuola e non dai centri dei bottoni dove sì, l’intelligenza artificiale là fa e farà sempre più da padrona. A quest’ultima la Giraffa dice: “Cara AI, grazie per l’aiuto che mi dai e che mi vorrai dare, così come una calcolatrice, una gru, una catena di montaggio, ma ancora mi appari lontana dalla raffinatezza biologica, storia di milioni di anni, che ci ha fornito di un sistema organico talmente raffinato da essere molto più complesso. Grazie AI! Aiutami a correggere un compito, a scrivere una mail formale, a scrivere anche un romanzo seriale, ma non a decidere chi sarà il mio fidanzato o a capire chi sono. Per quello ci voglio pensare io. Grazie ancora del tuo aiuto nella musica, nell’arte, nella scrittura ma alla vita voglio pensarci ancora io”.
Su queste premesse, la Giraffa non vuole insegnare nulla, non vuole emulare il mondo accademico che giace in un autismo progettuale che, ormai troppo spesso, rischia di dimenticarsi che, per capire la scuola e l’educazione, bisogna avere un’esperienza vissuta in prima persona. Senza questa visione concreta, le ipotesi, le argomentazioni, e le conclusioni formulate nei campus, sono cieche e vane, oltreché inefficaci.
Così, la Giraffa – che ha un cuore che pesa 11 chili per pompare il sangue fin in cima a quei due cornini coperti di pelle che non fanno paura neppure a una gazzella – vuole costruire una comunità di idee, di verità tratte dall’osservazione dei contesti educativi. Il nostro sogno è dare voce a coloro che hanno sempre avuto voglia di scrivere i pensieri di cui parla con chi li capisce ma che spesso rimangono nel limbo del “lo sappiamo ma che lo dico a fa’?” Quanti discorsi, quante condivisioni di storture del sistema scolastico ma anche quante “chicche”, quanti racconti di entusiasmo educativo, quante memorie di pratiche sepolte dal bisogno asfissiante di novità (come se nuovo significasse migliore), quante cose abbiamo da dire e da scrivere sull’educare?
Quante cose abbiamo da dire e da scrivere che si pongano come proposte costruttive o apprezzamento per la realtà e non come sterile polemica vittimistica, denigratoria e distruttiva? Quante responsabilità abbiamo nei confronti di nuove generazioni che stanno udendo dai media, ogni giorno, solo narrazioni apocalittiche, e ciò nel mondo più ricco di tutta la storia dell’umanità, quello che sta riducendo di anno in anno il numero di persone affamate nel mondo, quello in cui è in atto una redistribuzione a livello globale della ricchezza e i Paesi in via di sviluppo si stanno sviluppando. Quello in cui l’aspettativa di vita media è arrivata a circa 84 anni (l’Italia è il Paese con la più alta aspettativa di vita in Europa e uno dei primi al mondo), quello in cui l’età dell’istruzione dell’obbligo è stata portata a 16 anni e l’evasione scolastica è un dato ridotto al lumicino? Quello che vede da anni una riduzione costante dei tassi di criminalità, ma nonostante questo, e a causa del costante bombardamento mediatico, le persone si sentono sempre più insicure e tanti giovani faticano perfino ad uscire di casa a varcare la soglia del proprio portone senza provare ansia, inadeguatezza, paura di non essere “abbastanza”? Come è possibile che, nel mondo più connesso di sempre, nel mondo dei social, dei messaggi istantanei, delle videochiamate gratuite, il tessuto delle relazioni sia diventato così incredibilmente fragile?
Stiamo perdendo, forse, il senso dell’importanza della valorizzazione dell’esperienza diretta e lo stiamo sostituendo con la narrazione fatta da altri il cui scopo è quello di raccontarci solo storie del terrore perché il marketing ha scoperto che le brutte notizie attirano più i “clic” delle belle notizie? E anche noi, come adulti – genitori, insegnanti, educatori – dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su che tipo di società e di valori abbiamo costruito e su quali valori e quali vuoti stiamo lasciando alle future generazioni. Questo vuole far emergere la Giraffa: l’esperienza educativa reale.
Ma non è solo il collo che permette alla Giraffa di guardare oltre, osservate quelle zampe lunghe che la portano a sette metri, magre, sgraziate ma efficaci, zampe che spostano rapidamente il punto di vista, che cambiano inquadratura, per esempio sul tema del gioco, visto che abbiamo pensato di far numeri tematici, sul gioco coi pixel, elettronico abbiamo accolto pensieri diversi, anche antitetici ma tutti frutto del cuore pedagogico che non peserà 11 chili ma che molti di noi portano nel petto.
E quegli occhi grandi, circondati da ciglia fluttuanti quasi da rimmel, vedono a colori, uno dei pochi animali che ha questa caratteristica, anche la nostra Giraffa vuol guardare a colori, osservare anche le sfumature, non solo di grigio, guardare a colori cercando quella colorazione che discende dagli affetti. Quella colorazione che permette una conoscenza approfondita. Quella colorazione che è esantema dei sentimenti, dei flussi emotivi interni. Quella colorazione che, per dirla facile, coglie dai colori il rapporto con il vero e resiste la seduzione degli artifici pirotecnici dei cartoni animati moderni che fanno uso di strategemmi costanti come l’ipersaturazione dei colori e il montaggio frenetico per manipolare l’attenzione dei bambini.
E per concludere l’excursus bio-zoognostico c’è un’ulteriore particolarità della giraffa, una particolarità che condivide con altri animali: la produzione di infrasuoni, quelli che l’umano non percepisce, quelli che vanno lontano, quelli che aggirano gli ostacoli. Questa stupenda frequenza comunicativa è quella che vorremmo per la Giraffa, essere in ascolto di quel che succede anche lontano da noi, nei grumi educativi sparsi per il pianeta, da cui farsi contaminare, per ampliare il nostro pensiero, per esplorare territori educativi lontani dalle nostre esperienze, per capire meglio gli altri e quindi noi stessi. Da cui essere affetti scriveva Spinoza. Benedictus Espinoza o Baruch Spinoza il filosofo che più ha colto il senso dell’umano e del corpo.
Il sogno è mettersi in contatto con quell’aspetto dell’umano che ancora resiste alla riduzione dell’educazione alla manipolazione e alla costruzione di cloni. Quell’aspetto dell’umano che ben coglie quanto la storia di qualunque forma di vita – ivi compresa la nostra – si basi sulla creatività evolutiva, sulla capacità di patteggiare con l’ambiente, sul sentimento di essere tutti sulla stessa arca ma, come diceva Gaber, ognuno con il suo biglietto.
Certamente pretenzioso vi potrà apparire tutto ciò ma se anche un piccolo sentimento di appartenenza ad alcune cose qui dette vi serpeggia nel pensiero, ci auguriamo che vogliate condividerlo con noi e masticare insieme le foglie alte delle acacie spinose delle savane, quelle a cui gli altri animali non arrivano.