“Non credete che se anche la scuola diventasse un cantiere, ci sarebbe qualche cosa di diverso nelle nostre classi?”, scriveva Célestin Freinet nel 1959. E aggiungeva: “Date ai vostri scolari strumenti di lavoro… la scuola diventerà allora quel cantiere in seno al quale il bambino non si stancherà mai di cercare, di realizzare, di sperimentare, di conoscere”.
Erano gli anni Sessanta quando, all’Istituto Magistrale, una professoressa ci fece leggere quel libretto. Una scoperta. In quegli anni molti insegnanti partecipavano attivamente al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), organizzando convegni e incontri con studenti e genitori. Proprio in uno di questi decisi che avrei fatto il maestro.
Dietro la mia prima cattedra (immediatamente spostata in un angolo a far da deposito), avevo appeso un grande manifesto di Dario Fo: “Il libro di testo è la realtà che mi sta attorno”. Lo spirito era quello: imparare dal mondo, non solo dai manuali. In classe si lavorava con la “ricerca d’ambiente”, si stampavano giornalini scolastici con il ciclostile (immancabile in ogni scuola seria) e ci si scambiavano i materiali tra classi e scuole, anche lontane.
Negli anni Settanta arrivarono la televisione, il videoregistratore e persino la telecamera. Le trasmissioni per le scuole erano poche (documentari e ricostruzione storiche romanzate), ma bastavano per dividere il corpo docente in due fazioni: da una parte chi diceva “i bambini stanno già troppo davanti allo schermo”, dall’altra chi pensava fosse il momento giusto per imparare a capire il linguaggio televisivo. Nacquero così esperienze di ragazzi che producevano film e documentari, smontavano e rimontavano programmi, si fermavano sui fermo immagine, li analizzavano. L’idea era: non subire la TV, ma decostruirla.
Poi arrivò lui: il computer. All’inizio nessuno sapeva bene come usarlo. Qualcuno si limitava a far fare agli alunni gli stessi esercizi che si trovavano nei libri, ma sullo schermo. Si diceva che il computer insegnasse. E in effetti si chiamavano “macchine per insegnare”. Ma per fortuna ci fu chi cambiò rotta: Seymour Papert, matematico e pedagogista, collaboratore di Jean Piaget, propose un’idea diversa: non deve essere il computer a insegnare ai bambini, ma i bambini a insegnare al computer.
Nasce così il linguaggio LOGO: una tartaruga, inizialmente reale, poi virtuale, che si muove seguendo comandi dati dai bambini. “Gira a destra”, “vai avanti dieci passi” … non si trattava solo di geometria, ma di esplorazione dello spazio con il proprio corpo e con la mente. Il disegno non era visto dall’alto, ma “vissuto” in prima persona. LOGO non insegnava solo a programmare, ma a pensare: scomporre un problema, riflettere sugli errori, provare e riprovare. E soprattutto, lavorare insieme.
Sulla scia delle idee di Freinet e del MCE, nacque una proposta dal titolo eloquente: “Ginnastica per la mente”, un progetto che coinvolgeva classi della Lombardia (e poi anche oltre) in attività cooperative legate al linguaggio LOGO.
Due erano i giochi principali:
– Gli Enigmi, in cui i bambini creavano disegni con LOGO e lanciavano sfide ad altre classi per ricostruire le istruzioni usate. Un po’ come indovinelli grafici… con la tartaruga.
– Il Domino, in cui una classe inventava un disegno collettivo e proponeva ad altre classi di scegliere un elemento (il sole, l’albero, il palazzo, il vichingo!) da riprodurre con LOGO. Ogni gruppo definiva ruoli e strategie, si scambiavano messaggi, si negoziavano scelte. E alla fine… il disegno finale veniva “assemblato” con grande orgoglio collettivo.
Oggi si sente dire spesso che la tecnologia isola. Che i bambini passano troppo tempo da soli davanti a uno schermo. Ma vale la pena ricordare che non è sempre stato così. C’erano esperienze in cui Internet era una piazza, non una solitudine. In cui il computer favoriva il dialogo, lo scambio, il confronto. I bambini scrivevano, decidevano, discutevano, sbagliavano insieme. Non erano “utenti passivi”, ma veri autori. Autori di disegni, di storie, di conoscenza. Forse basterebbe ripartire da lì. Da una tartaruga, qualche comando e tanta voglia di imparare… insieme.
Lascia un commento
Tranquillo, il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.