Skip to content

L’equilibrista

L’equilibrista
Arte ed Educazione

Ho sempre odiato i giochi di equilibrio. 

La mia migliore amica sbuffò per l’ennesima volta, e ricordo, in modo completamente nitido, che quel suono ripetuto aveva iniziato davvero a darmi fastidio. 

A distanza di quasi 10 anni, ricordo ancora ogni singolo dettaglio di quel pomeriggio lento: il colore dei due elastici che le legavano i capelli in due morbide trecce uguali alle mie ma di tonalità differente, il suono acuto della sua risata, e la singola fossetta che le compariva sulla guancia destra quando sorrideva.  

Ricordo anche ogni regola dei giochi che inventavamo per cercare di rendere le ore solo una manciata di minuti, ed ancora più chiaramente come lei preferisse perdere piuttosto che barare, ed io imbrogliare piuttosto che accettare una sconfitta.  

Eravamo identiche e completamente diverse: una stessa parola scritta in lingue differenti, ma crescendo, quella parola aveva perso il suo significato, e tutto ciò che riuscivamo a vedere l’una dell’altra era un mucchio di lettere scritte una dopo l’altra, impossibili da decifrare. «Fra quanto credi che arriverà l’autobus?» mi chiese ancora, quasi fosse una cantilena, mentre si appendeva svogliatamente con una mano al palo arancione della fermata. 

«Non lo so, ma non dovrebbe mancare troppo, credo.» 

Quel giorno il cielo non era totalmente nuvoloso: uno spiraglio di sole filtrava attraverso le nubi, eppure, anche alla tenera età di undici anni, non ero riuscita a fare a meno di pensare che per me fosse comunque una pessima giornata. 

Forse aveva appena smesso di piovere, e mentre guardavo le rondini tornare a volare in alto, riflettei sull’errore di aver deciso di aspettare i mezzi pubblici invece di farmi quindici minuti a piedi. 

A quest’ora sarei già stata a casa, pensai. 

«Speriamo… però di questo passo arriverà al prossimo orario… Dobbiamo fare qualcosa per occupare il tempo» mi disse, smettendo di girare intorno al palo arancione per poi rivolgermi uno sguardo tra l’annoiato e il divertito. 

«Tipo?» 

Non c’era nulla intorno a noi, se non una distesa di cemento e un vecchio cespuglio di agrifoglio abbastanza malandato, circondato da una bordura dello stesso materiale. 

«Non credo ci sia qualcosa da fare qua intorno.» 

Ed era vero: non vedevo nulla allora, e forse non lo vedrei nemmeno adesso. Ma lei si mise le mani sui fianchi e capii che per lei non era lo stesso. Lei era sempre riuscita a percepire qualcosa che io non sarei mai stata capace di scorgere, né a quell’età, né mai. 

Io e lei avevamo sempre parlato linguaggi diversi, eppure a volte mi era sembrato di poterle vedere attraverso, e forse, quando eravamo piccole, anche per lei era così. Fissò il cielo in cerca di ispirazione, poi si spostò di nuovo verso il palo arancione, ma questa volta, anziché appendersi, salì sulla bordura del vecchio agrifoglio. Era stretta e alta non più di trenta centimetri, ma allora mi era sembrata il punto più alto del mondo: il luogo perfetto per dimostrare a sua nonna che un giorno sarebbe stata più alta di lei. 

«Dai, facciamo un gioco: chi riesce a fare più giri avanti e indietro senza toccare terra, vince.» E poi, senza nemmeno aspettare un mio cenno, iniziò a camminare su quel sottile lembo di cemento con un braccio disteso per riuscire a stare in equilibrio, l’altro un po’ più piegato per non incappare nelle foglie spinose, e la lingua che sporgeva leggermente fuori dalle labbra per la concentrazione. 

Fece quattro volte avanti e indietro, poi vidi le sue braccia spostarsi dal loro asse e un piede toccare terra. 

«Ho fatto quattro, adesso tocca a te!» disse, mentre spostava anche l’altro piede dalla bordura per poi saltellare nella mia direzione.

Ero un po’ perplessa: non mi sembrava un gioco tanto entusiasmante, così arricciai un po’ le labbra e aggrottai leggermente le sopracciglia. 

«Che c’è? Non mi hai mai detto di avere paura dell’altezza.» 

«Non è quello, è che non mi piace tanto questo gioco.»

«Perché? Non è difficile…» 

«Sì, lo so, ma che cosa significa che devo restare in equilibrio? Sto da una parte o dall’altra, e poi se non ci riesco? Se metto il piede da una parte ho perso, e se lo metto dall’altra perdo e in più mi graffio con l’agrifoglio. Non ha senso questo gioco.» 

Mi girai dall’altra parte, facendo finta di controllare se l’autobus stesse arrivando. Scrutai la foschia in fondo alla strada, ma sapevo perfettamente che non c’era nulla; così, quando la sua voce mi raggiunse, fui costretta ad ascoltarla. 

«Sì, ma è proprio questo il gioco: devi cercare di stare in mezzo, come fanno gli equilibristi…»

«Ma io non sono mica un’equilibrista, e non voglio né perdere né farmi male» ribattei, voltandomi un po’ stizzita verso di lei. 

Socchiuse leggermente gli occhi, come aveva sempre fatto quando doveva, in qualche modo, rimproverarmi. 

«E quindi cos’hai intenzione di fare? Non provarci nemmeno? Guarda che nemmeno quelli che vedi al circo hanno sempre saputo camminare sul filo. Anche loro, all’inizio, non erano bravi. E poi, scusa, se non ci provi nemmeno, come fai a sapere che non sei capace? Magari tenti e scopri di essere più brava di me! O la più brava di tutto quanto il mondo!» disse, allargando le braccia e agitando in modo drammatico, come suo solito. 

«E se cado?» 

«E se non cadi proprio? Che ne sai? Magari, al posto di cadere, prendi il volo, come una di quelle rondini che guardiamo sempre fuori dalla finestra di scuola.» 

Nonostante il mio pessimo umore, sorrisi a quella situazione un po’ assurda: sapevo che non sarei mai riuscita a volare, e sapevo che non sarei mai stata in equilibrio per sempre, ma quando la mia migliore amica tese il palmo della mano verso di me, arrivai alla consapevolezza che la possibilità di scivolare o farmi male non mi spaventava più; potevo giocare. 

Francesca Torniamenti

Lascia un commento

Tranquillo, il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.