Scena I
Zampa moscia cioè io
ce l’ha fatta oggi con l’urlo
da indiano del Minnesota ooo
OOO lunghissimo a spolmonare,
che splendore questo passar
di canyon il contraltare
dell’urlo di coyote, l’ardore
raro e inebriante, l’andare …
e poi fare pane e panelle
per rimediare il fuori-regola?
Per evitare la contravvenzione?
No no no giù giù giù nella corsa
fino a perdere il fiato giù
giù dal sommo vulcano
lievi espadrillas ai piedi
a perdifiato col cuore
scervellato senza pesi
quasi nudo.
Scena II
Troppo facile non vale mettere
la regina k.o in cinque mosse
per poi accorgersi che era
una poveraccia in calzamaglia
nera piena di buchi insomma
una vera truffa – regina reginella
perché lo hai fatto?
Sapevi di non esser degna
perché hai bleffato?
Questo non era un poker
un maledetto gioco d’azzardo
affatto, ma un ragionato
gioco di scacchi …
ma non si ragiona coi matti.
Scena III
Se il capriolo vermiglio
nel bosco salta salta salta
come uno che sa giocare
anche noi adesso saltiamo
sul materassone one one
e cantiamo la canzone
dello scimmione e facciamo
tutte le mosse e i gesti
le smorfie e i versi
allora è proprio vero
che ora stai meglio che adesso
davvero possiamo giocare.
Non per finta, cosa credi,
ricordo bene come fingevi
bene di giocare con me
l’altra volta, sul limite
della scarpata.
Il nostro commento:
Le Poesie del giocare di Marina Massenz si sviluppano drammaturgicamente nell’arco di tre scene. In queste, la poetessa esplora la dimensione selvaggia, sanguigna ed effervescente del gioco. Quest’effetto è raggiunto sul piano formale-stilistico con l’utilizzo di ripetizioni (“No no no giù giù giù”, “salta salta salta”), onomatopee (“ooo OOO”), anacoluti tecnici (ovvero frasi volutamente scorrette dal punto di vista grammaticale) ed enjambement (parole che dovrebbero stare unite sono separate da un “a capo”). In questo modo, la poetessa spezza la linearità della sintassi (potremmo dire, l’ordine logico del pensiero) e restituisce il disordine magmatico, ma generativo, che coinvolge (o sconvolge) la mente di chi gioca. Potremmo dire che la forma del linguaggio mimi l’ansimare del gioco. Sul piano del significato, le composizioni offrono immagini fantasiose create attraverso l’accostamento di parole distanti le une dalle altre (il capriolo vermiglio), producendo effetti a volte stridenti (la regina come una poveraccia in calzamaglie; zampa moscia che fa un urlo lunghissimo; giù da un sommo vulcano con lievi espadrillas). Questa cura nella scelta delle parole richiama la dimensione di improvvisazione e imprevedibilità del gioco. Come non vi sono norme semantiche tanto rigide da non poter essere piegate, così nel gioco non vi sono regole che non possono essere contravvenute. Le Poesie del Giocare sono quindi un inno al gioco come sfogo fantasioso e liberazione.
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