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Giocare a campana a Kabul

Giocare a campana a Kabul
Arte ed Educazione

In un vicolo di Kabul camminavo nel silenzio. Nessuna risata, nessun applauso. Solo silenzi che echeggiavano tra i muri. I disegni dei bambini fatti con il gesso erano ormai sbiaditi. Mi venne voglia di cercare le ragazze che un tempo giocavano a campana [1]. Girai per vicoli, ma la pioggia aveva cancellato le linee del gioco. Di tutti i numeri, ne restava solo uno: il 6. Perché proprio il 6? [2]

Da lontano vidi una figura avvicinarsi. Era una ragazza magra, con un viso rotondo e occhi neri profondi. Portava un foulard bianco [3] e una bacinella di impasto sulla testa. Era Hanifa, la sorella della mia migliore amica.

Il sudore le colava dalla fronte. Mi disse subito, senza salutarmi: “Tieni la mia bacinella d’impasto.” Era pesante. Le chiesi dove stesse andando. Lo sapevo già, ma volevo iniziare una conversazione.

“Da Khala Shereen Gull, al tandur [4]” rispose. Tenevo un lato della bacinella, Hanifa l’altro.

“Perché non ce l’ha portata tuo fratello Hanif?” domandai.

“Mio gemello sa che mi piace camminare,” sorrise appena.

“Perché?”

Per un momento restò in silenzio e sospirò. Passammo accanto a una scuola superiore femminile. Alcune bambine in uniforme bianca e nera stavano entrando.

“Forse voglio solo uscire di casa indossando il mio foulard bianco, come se andassi a scuola… anche se, quando sei sola, il foulard bianco non è bello. È come una nuvola piccola, invisibile. Ma non posso portare lo zaino. Al suo posto porto una bacinella d’impasto,” disse.

“L’anno scorso sono stata costretta a diplomarmi. La scuola è aperta, ma non posso studiare oltre la sesta. E guardare tutto il giorno le pareti blu scuro non è piacevole,” disse. 

“Ti manca scarabocchiare sui muri dell’aula o guardare la lavagna grigia?” chiesi scherzando, cercando di cambiare argomento.

“Mi manca tutto ciò che era polveroso a scuola. Avrei voluto imparare solo in prima a contare 1, 2, 3, 4, 5 e 6. Senza sapere che nella vita esistono anche il sette e oltre.”

Arrivati al tandur, un gruppo di bambine stava giocando a campana nella polvere. Le loro risate spezzavano il silenzio.
Hanifa mi chiese di tenere la bacinella per un po’. Lanciò il sasso sul numero 12 del gioco.
Saltava da un numero all’altro come un passero senza piume che vuole volare, ma il terreno tratteneva i suoi piedi, e il cielo sembrava troppo lontano.

Quando saltò sopra il sei, si fermò. Non so se perché non aveva piume o perché i numeri oltre il sei erano stati cancellati.

Le chiesi perché non avesse finito il gioco, e lei disse che non le era permesso.
Il mio cuore si riempì di lacrime, ma i miei occhi restarono asciutti. Avrei voluto dirle: Non sei in catene. Sei libera di saltare e volare quanto vuoi.

Camminammo in silenzio. Donne in piccoli gruppi, con bacinelle in testa e mani occupate, camminavano verso il tandur. Indossavano hijab o burqa. Bambini correvano con ciabatte troppo grandi rattoppate.

Al tandur, donne e ragazze aspettavano il turno su piccoli banchi traballanti, mangiando semi di girasole salati. Alcune parlavano delle suocere. Ceneri di pane bruciato ovunque. L’aria profumava di pane fresco.

All’improvviso una donna robusta arrivò con una scatola di libri. Khala Shereen Gull scherzò: “Questa non è una cartoleria, sorella Halima.”

“Lo so sorella,” rispose Halima.

“Da quale lato è sorto il sole oggi, che sei venuta tu? Ogni mattina è Shabnam a portare l’impasto,” disse Shereen Gull.

“Sai, mia figlia si è diplomata alla sesta lo scorso anno. Si sposa tra tre mesi. Sto preparando il suo corredo,” disse Halima.

“E quindi che dovrei fare con questi vecchi libri e quaderni pieni? Non sono né Saadi né Hafez,” disse Shereen Gull.

“Neanch’io. Questi libri occupano spazio. Compro qualcosa per il matrimonio. A casa del marito non le serviranno. Bruciali,” disse Halima.

Shereen Gull strappò i libri e li mise nel tandur per accendere il fuoco. Il fumo mi bruciò gli occhi.
Halima chiese se Hanifa fosse presente.

“Sono qui!” disse Hanifa.

“Shabnam mi ha chiesto di darti questo libro, pensava ti sarebbe piaciuto, anche se le ho detto che alle ragazze non servono libri,” disse Halima.

Le risate delle donne alimentarono ancora di più le fiamme [5].

Il libro era Mille splendidi soli di Khaled Hosseini [6]. All’interno c’era una lettera:

Cara Hanifa jan,

Spero tu stia bene. Ogni giorno gioco da sola a campana, anche se vorrei uscire di casa e giocare con te. Ma mia madre dice che questo gioco non è adatto a una ragazza fidanzata.

Non so quante ragazze siano prigioniere delle stesse circostanze, ma credo che certe linee della campana non possano essere cancellate, nemmeno da un’alluvione. Tu hai ancora un grande sogno, e quel sogno ti spinge avanti.

Ti mando questo libro per ricordarti di me, e per farti sapere che io mi ricordo di te.

Gli occhi di Hanifa si riempirono di lacrime. Ma disse che era colpa del fumo. E se mentì, chi glielo ha insegnato non era un buon maestro.

Note:

[1]Gioco della campana: simbolo dell’infanzia, della libertà e della crescita. Nel racconto, rappresenta il percorso interrotto delle ragazze. Il numero 6 diventa così metafora del confine imposto.

[2]  Numero 6 e sesta: da quando i talebani hanno ripreso il potere nell’agosto 2021, 2,2 milioni di ragazze non possono più frequentare la scuola oltre la sesta classe, secondo l’UNICEF. Nella scuola italiana corrisponde più o meno alla prima media (11-12 anni).

[3] Il foulard bianco: elemento simbolico dell’uniforme scolastica, diventa nella narrazione un segno di nostalgia e speranza, ma anche di invisibilità se non accompagnato da un percorso educativo.

[4] Tandur: forno tradizionale in muratura utilizzato in Asia centrale per cuocere il pane. In questo racconto, è un luogo femminile, quotidiano, ma anche spazio di incontro, condivisione e simbolica rassegnazione.

[5] Bruciare i libri: atto tragico che richiama la cancellazione del sapere femminile. Anche se fatto per esigenze pratiche, è simbolo della rinuncia forzata all’istruzione.

[6] Mille splendidi soli: romanzo ambientato in Afghanistan, che racconta le vite di donne afghane oppresse ma resilienti. Il dono di questo libro rappresenta un gesto di resistenza silenziosa.

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