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Scombiccheriamoci! Giocando con le parole-nuvole

Scombiccheriamoci! Giocando con le parole-nuvole
Arte ed Educazione

Devo ringraziare la mia meravigliosa nipotina Matilde (due anni e mezzo portati benissimo) per avermi spinto a ripensare agli scritti che Walter Benjamin (1892-1940) ha dedicato a giocattoli, abbecedari, libri illustrati per bambini e in generale all’infanzia. Sono tornato a leggere in particolare i meravigliosi tasselli che compongono il mosaico dell’Infanzia berlinese intorno al millenovecento, redatti per lo più tra il 1932 e il 1933. Uno dei pezzi, “La Comarehlen”, descrive il modo in cui il bambino gioca con le parole deformandole arbitrariamente. Ad esempio, udita una vecchia filastrocca in cui si parla di una certa “comare Rehlen” (Muhme Rehlen, letteralmente “la zia Rehlen”), il piccolo Benjamin, non capendo, trasforma il sintagma nel nome di uno strano spettro: la “Comarehlen” (Mummerehlen). Esperienza analoga gli capita con la parola “Kupferstich”, che in italiano vuol dire “incisione in rame”. Il giorno dopo averla udita, il bambino sporgendo la testa da sotto una sedia gioca a “Kopf-verstich” (traducibile con “nascondi-testa”). 

La morale che Benjamin trae da questi gustosi bozzetti è di straordinario interesse antropologico e filosofico: “Deformando me stesso e la parola, facevo solo quanto era necessario per prendere piede nel mondo. Per tempo appresi a camuffarmi nelle parole che in fondo erano nuvole”. Diversi insegnamenti preziosi si possono trarre da questo passo stupefacente. Anzitutto, incontriamo qui l’enunciazione esatta di quello che potremmo chiamare “principio deformazione”: in origine è il fraintendimento – un fraintendimento fecondo, creativo, salutare. Impariamo a stare al mondo storpiando creativamente quel che ci viene detto. Da un punto di vista pedagogico si tratta di un’intuizione illuminante: ci si forma deformando (tanto le parole quanto se stessi). In altre parole: si impara solo nella misura in cui si scombicchera. Scombiccherando e storpiando s’impara, per parafrasare la saggezza popolare. 

Ma c’è di più: il fraintendimento evocato da Benjamin non si limita ad un piano puramente semantico. Il punto non è banalmente che da bambini prendiamo fischi per fiaschi e diciamo fiaschi per fischi. Non si tratta qui solo di un’incomprensione del significato. Quel che ci colpisce è come l’espressione “Kupferstich” venga letteralmente messa in scena dal piccolo Benjamin: tradotta in un’azione, in un gesto espressivo, in un piccolo spettacolo domestico. Sporgendo la testa da sotto la sedia, è come se il bimbo si improvvisasse regista e attore di una piccola – ma per lui evidentemente cruciale – performance teatrale. Ecco perché Benjamin paragona le parole (in tedesco “Worte”) a nuvole (“Wolken”) in cui avvolgersi. Suggestiva immagine sospesa tra filosofia e poesia – grazie anche all’assonanza tra i due termini originali: Worte/Wolken, parole-nuvole. 

Ma cosa significa che le parole si fanno nuvole in cui travisarsi? E come è possibile camuffarsi in una parola? Benjamin ci spiega che il linguaggio è in grado di esercitare una sorta di dolce coercizione sul bambino: il linguaggio lo invita a trasformarsi, a subire una metamorfosi, a rendersi simile alla parola fraintesa. Ed è forse questa l’origine stessa del gioco: quella che in un altro scritto dello stesso periodo Benjamin chiama “facoltà mimetica”. Con una fondamentale precisazione però: nel gioco mimetico del bimbo non c’è “qualcuno” che imita “qualcosa”. L’infanzia è quella dimensione in cui giocando con le parole, o meglio, giocando a mimetizzarsi nelle parole l’infante si improvvisa, una parola alla volta, soggetto parlante. 

E qui ci sia concessa una brevissima divagazione metafisica. L’uomo, diceva Aristotele, è l’animale che ha la ragione (il lógos). Ma che cosa significa qui “avere” (in greco: échein)? In che senso io ho la ragione? Che tipo di relazione si articola in questo particolarissimo “avere”? E ancora: se è in virtù del lógos che il vivente può dirsi davvero umano (se cioè la ragione costituisce l’essenza stessa di homo sapiens), ciò non implica forse che l’essere (umano) dipenda dall’avere (la ragione)? E questo primato dell’avere sull’essere non rischia di avere conseguenze destabilizzanti per l’immagine che homo sapiens si fa di se stesso? In effetti, se la mia identità dipendesse integralmente da ciò che ho, questo significherebbe che il mio essere uomo non sarebbe altro che l’effetto di un certo avere. Dovremmo finalmente fare i conti con “la mancata compenetrazione di chi ha con ciò che ha, la loro irrimediabile non identità, il persistente distacco che li separa” (come osserva Paolo Virno nel suo saggio Dell’impotenza). Ebbene, se Virno ed altri propongono di pensare la forma di questo enigmatico “avere” nei termini di un uso, penso che sulla scorta di Benjamin (e pure del sommo affabulatore Alessandro Bergonzoni) potremmo invece pensarlo come gioco. Invece di sentenziare presuntuosamente che “l’uomo è il vivente dotato di ragione”, dovremmo dire allora: “l’essere umano è il vivente che gioca con il linguaggio”. 

Se il “principio deformazione” ci diceva che in origine non è il lógos (come proclamato dal Vangelo di Giovanni) bensì il fraintendimento del lógos, il “principio ripetizione”, che secondo Benjamin governa segretamente qualsivoglia attività ludica, rivela come la soggettività sia epifenomeno di una sterminata serie di improvvisazioni ludiche. Non si nasce soggetti parlanti, ci si improvvisa locutori manipolando e tastando parole che un po’ alla volta diventano abiti. È solo camuffandoci in parole-nuvole che, come scrive Benjamin in un articolo del 1928 sulla storia dei giocattoli, “noi ci impadroniamo per la prima volta di noi stessi”. L’io si fabbrica giocando con le parole. Anzi, a pensarci bene, “io” non era forse nascosto in “gioco” fin dal bel principio?

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