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“Come una bolla di sapone”. Il gioco attraverso le parole dei bambini

“Come una bolla di sapone”. Il gioco attraverso le parole dei bambini

Dialogando con giovani studentesse e studenti della scuola primaria Rinnovata Pizzigoni di Milano, un’immagine in particolare mi ha colpito profondamente. Una studentessa con queste parole ha descritto il gioco: “Giocare è come una bolla di sapone, dove voli e ti diverti. Giocare vuol dire questo. Quando esco da questa bolla vuol dire che non gioco più, giocando ti diverti ma ti stanchi anche!”. La studentessa sembra quasi suggerire che il gioco sia come sfera perfetta, trasparente, che vola e affascina. Una bolla che fluttua e poi si posa, scomparendo. Un’attività effimera in cui convergono energie fisiche e mentali, e che procurano stanchezza e assorbimento, dovuti al coinvolgimento che rapisce chi vi partecipa. 

Il gioco, così, sospende lo spazio e il tempo: “Quando ero piccola giocavo spesso con le bambole e quando mia mamma mi parlava quasi non la sentivo perché ero troppo concentrata nel gioco, mi sentivo responsabile delle mie bambole e avevo molto da fare”, racconta S. Il gioco cattura la nostra attenzione fino quasi a non sentire chi “da fuori” ci chiama, alimentando lo spirito di squadra: “Giocare vuol dire tanto, perché si gioca insieme e ci si diverte, è come essere insieme in uno spazio di amicizia”. Sono in gioco emozioni: “Quando il gioco inizia ci si sente felici ed eccitati, poi quando un adulto chiama si esce da questa specie di bolla e il gioco finisce, è come se fossi interrotto, allora insisto per stare un po’ di più a giocare e dico a chi mi chiama ancora cinque minuti…”. 

Mondi inventati, fiabeschi, poetici 

Da cosa dipende questo potere avvolgente del gioco? Forse dalla sua capacità di inventare mondi inediti e paralleli al nostro? Quando si gioca, le case, i cortili, le aule di scuola, i supermercati possono essere trasformati in qualcosa di visibile solo a chi gioca. D. ricorda le capanne che da piccolo costruiva sul suo divano, erano tane fantastiche: “Non era proprio finto, io sapevo che quello era il mio divano e io mi trovavo a casa mia, però immaginavo…”. Questo crea una particolare commistione tra realtà e finzione: “è un po’ come essere in un mondo parallelo, in cui si sa di essere nella realtà ma non ci si accorge del tutto”. Abitare il modo del gioco è possibile a tutte le età, con immaginari che cambiano nel tempo: “Quando ero più piccolo facevo giochi diversi, ora mi piacciono di più quelli di movimento oppure gioco con il Lego, prima era diverso…”.

Ma per quanto il gioco appaia slegato dall’esperienza del mondo concreto, in realtà produce effetti chiari e tangibili sulla realtà da cui – solo apparentemente – ci distanzia. La dimensione del gioco, infatti, consente di far esperienza e di apprendere, non solo offrendoci nuovi tipi di conoscenze ma anche in trasformandoci, sia grandi che bambini. Ancora D. afferma: “Giocano anche i grandi. Giocare ti rilassa, è un momento in cui non pensi alle distrazioni esterne della vita. È una pausa dove non pensi a nient’altro, solo a divertirti. Dove lasci andare il peso che hai. Questo è importante per gli adulti”. Il gioco coinvolge anche la dimensione della sfida e della competizione, stimolando a dare il meglio di sé, superare i propri limiti e confrontarsi con altri, imparando a gestire emozioni, frustrazione e a sviluppare creatività.

Emozionarsi e reinventarsi

Ma che ne è oggi del gioco, il gioco vero, relazionale, corporeo ed esperienziale? Chiedendo ai bambini quali secondo loro fossero le differenze tra il gioco digitale e quello tradizionale è emerso che “con gli amici puoi inventare sempre nuovi giochi. Con il tablet e il telefono non si possono sentire così tante emozioni come quando stai con i tuoi amici. Magari anche quando si gioca con i videogiochi si può parlare, ma non è come il faccia a faccia”. Il gioco, poi, consente di reinventarsi continuamente, come ci racconta L.: “Con i videogiochi il tempo passa ma dopo un po’ ti stanchi, mentre con gli amici puoi giocare per molto più tempo perché puoi continuamente inventare nuove cose e cambiare”.

In punta di piedi

Quanti di noi oggi hanno energie per tornare bambini e attraversare la radura del gioco, per calarsi in questa dimensione di astrazione in grado di generare effetti così concreti sulla realtà e sullo sviluppo?

Dopotutto, per gli educatori rimane l’idea che occuparsi di gioco nei contesti educativi sia importante. Il gioco genera relazione, apprendimento, inclusione e la possibilità di immaginare mondi impensati, persino quando, a volte, in situazioni particolarmente critiche, non sembra esserci margine di miglioramento o di speranza. Tutto questo, però, richiede tempo, calma e tranquillità. Se per il bambino giocare è un atto spontaneo, per l’adulto non sempre è così. Occorre assumere una postura disponibile e paziente, rieducando il nostro sguardo e il nostro essere inoltrandoci in punta di piedi in quella “bolla di sapone” che è il gioco. Come ci ricordano i bambini: “Oggi è importante giocare, ovvio, non sempre! Ma giocare è prezioso!”. F., per concludere, ci ricorda: “Ritornare bambini è fondamentale per i grandi, perché anche loro hanno il diritto di giocare e tutti sono stati bambini e i bambini – che a differenza dei grandi hanno la fantasia – possono insegnare”.

Bibliografia:

Antonacci, F. (2011), Puer Ludens. Antimanuale per Poeti, Funamboli e Guerrieri, Milano: Franco Angeli Editore.

Fink, E. (1969), Il Gioco come Simbolo del Mondo, Milano: Lerici Editore.

Huizinga, J. (2002 [1946]), Homo Ludens, Torino: Giulio Einaudi Editore.

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